La figura e l’opera di Domenico Montagnana nella storia della liuteria italiana e veneziana

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Domenico, figlio legittimo di M. Paulo Montagnana e di D.na Andreana, sua donna legittima consorte; compare il …cel. Don Carlo Liberatti; comare D.na Angelica, moglie di Cristoforo Bolpati, battezzato da me Angelo Sicchieri curato; nato il giorno 24, circa alle tre ore di notte. Dal registro dei battezzati, arichivio della parrocchia di S. Sofia, Lendinara.

Trent’anni fa circa entrai in possesso delle scoperte di E. M. W. Paul, un cittadino britannico, nato in Germania, che dedicò 15 anni della propria vita a ricerche negli archivi veneziani. . Fu da lui che scoprii che uno dei miei grandi eroi, Domenico Montagnana, nacque a Lendinara. Paul non visitò mai Lendinara, dal momento che gli era stato riferito che gli atti di nascita di Montagnana erano stati distrutti in un incendio. E’ stato perciò molto entusiasmante per me, sapere che tali documenti ancora esistono e che Domenico Montagnana nacque il 24 giugno 1686.
Trovarmi qui oggi è motivo di grande felicità, poter trascorrere con tutti voi una giornata a lui dedicata, ai suoi strumenti e alla musica che essi continuano a produrre. Che bel momento!

Domenico Montagnana pare sia vissuto qui fino all’età di dodici anni, epoca in cui era normale allora per un ragazzo, iniziare il proprio apprendistato. Verso il 1699 egli era già a Venezia; è possibile che Montagnana conoscesse l’arte calzaturiera, e che quello fosse anche il mestiere di suo padre Paolo e dei suoi due fratelli Lorenzo e Ludovico, quest’ultimo certamente si definì come calzolaio. Ora è accertato che lo era per davvero. Nel 1703 Lorenzo viveva a Venezia, nella parrocchia dei Santi Apostoli. Lo stesso vale per il liutaio Francesco Gobetti, anch’egli calzolaio.
Un’altra importante presenza a Venezia, fin dal 1685, è quella del grande costruttore Matteo Gofriller, residente pure lui ai Santi Apostoli. Incontrarono Gofriller il calzolaio Gobetti e i fratelli Montagnana nei primissimi anni del ‘700? Io credo di si. Per almeno 25 anni Matteo Gofriller non ebbe rivali a Venezia e, da abile artigiano qual’era, la sua produzione strumentale fiorì notevolmente. Tutte le committenze di strumenti sia da parte di Istituzioni quali la Pietà, sia di privati cittadini di classi sociali più o meno elevate, professionisti e amatori grandi e piccoli, passavano attraverso Gofriller.
Prima di Gofriller non esistevano liutai importanti a Venezia. Egli fu il padre della grande Scuola Veneziana e dal 1709, anno del suo 50° compleanno, si aprirono nuove opportunità per la giovane generazione di liutai. Dalla familiarità che ho con gli strumenti veneziani, è mia ferma convinzione che Gobetti e Montagnana furono incoraggiati ad intraprendere l’arte della liuteria a seguito dei contatti avuti con Matteo Gofriller, nonostante essi non fossero suoi diretti allievi. Il periodo di attività di Gobetti, più anziano di 11 anni rispetto a Montagnana, fu abbastanza breve, e i suoi strumenti, sebbene spesso di fine qualità, sono molto rari. Credo di averne visti non più di 25 in quasi 40 anni. Il più tardo dei suoi strumenti datava 1711, quello meno antico 1718. Gobetti morì nel 1723. Domenico Montagnana divenne capomastro della Scuola dei Marzeri, “i Merciai”, la corporazione nella quale erano inseriti i liutai, alla fine del 1711, aprendo una sua bottega in Calle degli Stagneri, nei pressi della zona di Rialto. La via era fin dal 1500 centro di liuteria e Domenico vi avrebbe lavorato per circa 40 anni.
Dalle tasse da lui pagate, possiamo arguire che egli ebbe successo fin dagli esordi; ma purtroppo pochi strumenti da lui costruiti prima del 1720 sono sopravvissuti con le loro etichette originali.

Nel 1717 Montagnana sposò Caterina Berti, che nell’arco degli undici anni successivi al matrimonio diede alla luce sei figlie e nessun maschio. Se ci spostiamo nel 1726 , anno del 40° compleanno di Montagnana, troviamo la comunità dei liutai veneziani profondamente cambiata. Quasi sicuramente Matteo Gofriller era ancora in attività, nonostante cercasse di rimanere il più lontano possibile dagli esattori delle tasse della corporazione dei Marzeri, mentre suo figlio Francesco aveva lasciato da tempo Venezia per Udine. Carlo Tononi, residente da tempo a Bologna, si era trasferito nella città lagunare intorno al 1720. Il cambiamento più significativo era avvenuto comunque, grazie all’arrivo a Venezia di altri due grandi dell’arte liutaria: Santo Serafin da Udine e Pietro Guarneri da Cremona. La storia delle arti e della cultura è segnata da momenti di grande ricchezza, irripetibili, e a Venezia, in quegli anni, se ne stava vivendo uno che si sarebbe prolungato per circa 20 anni. Un altro momento magico lo si stava vivendo a Cremona: gli ultimi anni di Antonio Stradivari e dei suoi figli, coincidevano con l’emergere di Guarneri del Gesù e Carlo Bergonzi. Pietro Guarneri, fratello di Guarneri del Gesù, fu il tramite fra le due grandi città. Egli giunse a Venezia nel 1717.

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Venezia, Campo San Bartolomio (metà sec. XIX,). Facciata della casa ove abitò e morì (nel 1750) il liutaio Domenico Montagnana. L’immagine è stata rielaborata ed incisa da Nelson Takahiro Kishi sulla base dei disegni e delle descrizioni d’archivio relative alla sua demolizione, avvenuta nel 1858.

Montagnana, Pietro Guarneri, Santo Serafin, che trio! Credo essi fossero amici, colleghi e ….rivali. La perfetta relazione professionale si può sostenere, visto che ognuno di essi fu capace di imparare dagli altri due. Grazie a loro, la qualità veneziana fu portata a nuovi vertici, che solo Cremona sembrò superare. Il più giovane dei tre, Santo Serafin, aveva il proprio negozio nella stessa calle nella quale si trovava quello di Montagnana. C’è una precisione di dettaglio nel disegno e nel lavoro di Serafin unica a Venezia, lodata persino a Cremona. Egli fu indubbiamente ispirato da Amati, anche se non si può assolutamente definire “un copiatore”. Gli strumenti di Pietro Guarneri, sebbene disegnati con disciplina geometrica cremonese, rivelano qualche imprecisione nella manifattura, caratteristica questa che contraddistingue tutti i cinque membri della famiglia Guarneri.
L’opera di Montagnana, confrontata con quella degli altri due liutai cui si accennava più sopra, può essere definita come “scultura istintiva”, di effetto, talvolta magnifica. Non c’è quasi traccia della formalità cremonese, dell’attenzione al dettaglio; emergono infatti inesattezze e leggere assimetrie che sembrano tuttavia farsi virtù, conferendo all’opera un senso di robustezza e di forza. Potrete rilevarne l’unicità, l’individualità della forma, soprattutto osservando i violoncelli esposti nella mostra odierna, e anche, pur se in scala più ridotta, nei violini del vostro grande artigiano. Come per quelli di Gofriller, gli strumenti di Montagnana variano considerevolmente nel modello: I violini, specialmente i primi costruiti, sono talvota piuttosto stretti e leggermente corti. Per alcuni anni, nel periodo attorno al 1720, Montagnana fu molto influenzato da quelli costruiti dall’ austriaco Jacob Stainer, che oggi sono ritenuti non proprio ideali. Intorno al 1730, Domenico aveva sviluppato un ”design” di violino dalle dimensioni eccellenti. Quello del violinista Cristiano Rossi, oggi in esposizione, ne è un prezioso esempio. Spiegare i violoncelli di Montagnana risulta impossibile senza prima una breve riferimento alla storia di questo strumento che, prima di Gofriller e di suo suocero Martinus Kaiser, era quasi inesistente a Venezia.
Nel ‘500 a Cremona, la famiglia degli strumenti ad arco era costituita da un violino di normali dimensioni, e da uno leggermente più piccolo dell’attuale intero, indicato con la misura di 7/8. Da una viola ampia denominata tenore e da un violoncello “di bassetto”. La lunghezza del corpo del violoncello era di 79 cm., a Cremona questa misura rimase quella di riferimento per tutto il ‘600, A Brescia, i violoncelli di Maggini avevano ampiezza cremonese ma il corpo molto più corto, di poco superiore ai 75 cm.. Immagino che i “manici” (dei violoncelli) di Maggini fossero relativamente più lunghi di quelli degli Amati di Cremona, facilitando il violoncellista nel suonare nelle posizioni più alte.
Nell’ultimo quarto del 1500, la tecnica esecutiva si stava avviando verso una rivoluzione; l’esecutore aveva bisogno sia del comfort del piccolo violoncello, sia dell’articolazione più veloce che esso permetteva. A Cremona questo processo portò gradualmente alla ineguagliabile “Forma B” di Stradivari. A Venezia, con Montagnana, si arrivò ad uno strumento ampio che otteneva il meglio da quelli di Matteo Gofriller. I tre violoncelli che potete ammirare oggi sono tutti stupendi esempi di questo tipo. E colgo l’occasione per ringraziare i proprietari della fiducia accordata all’organizzazione dell’esposizione. Talvolta i violoncelli Montagnana furono ridotti rispetto alle dimensioni originali, nel corso del 1800, per agevolare l’esecuzione di certa letteratura musicale.

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Violoncello “La bella addormentata”; Questo violoncello rappresenta forse il supremo esempio dell’arte di Domenico Montagnana. Intatto, privo di crepe o tagli, ha tuttora la sua vernice originale. Acquistato da un collezionista inglese nel secolo scorso, è rimasto per 100 anni inutilizzato nella collezione di questo proprietario. Verso il 1932 lo strumento fu donato a Gregor Piatigorsky, eminente violoncellista, da un suo ammiratore di Boston, il Signor Charles Dane. Tutta la parte centrale della carriera di Piatigorsky è legata a questo strumento da lui suonato per 20 anni. Successivamente, per un breve periodo fu di proprietà del violoncellista Aldo Parisot. Nel 1960 fu acquistato da Lachlan Pitcarin, per donarlo al suo insegnante, il Prof. Orlando Cole.

La maggior parte dei violoncelli Montagnana ha una lunghezza del corpo di 74-75 cm., leggermente inferiore alla “Forma B” di Stradivari, ma presentano una maggior ampiezza.
Il timbro dei violoncelli di Domenico Montagnana, sembra non avere la ricchezza di colore che possiede un eccellente violoncello di Stradivari, ma il grande violoncellista è compensato dal poter dare arcate più forti, e nello stesso tempo produrre un timbro limpido. Un violoncello di Montagnana, quindi, risponde in modo più favorevole all’attacco dell’esecutore, il che, nell’esecuzione di un certo repertorio che vede il violoncello in antagonismo al pianoforte o all’orchestra, può essere un grande vantaggio. Per i violoncellisti Montagnana occupa la stessa posizione che i violinisti riservano a Guarneri del Gesù. Non c’è dubbio che Montagnana divenne il liutaio più importante a Venezia.
Pietro Guarneri produsse ogni tanto qualcosa di strepitoso ma la sua produzione di strumenti, nello stesso arco di tempo, fu nemmeno la metà di quella di Montagnana, documentabile dalle tasse versate dai due liutai in quel tempo. Questo può essere spiegato dal fatto che Pietro lavorò in casa e non ebbe mai una bottega.
A giudicare dalla documentazione esattoriale, anche Santo Serafin godette di un buon successo, che tuttavia si affievolì attorno al 1740. Egli sospese la propria attività alla fine del 1744. I violoncelli di Montagnana hanno acquistato una reputazione quasi paragonabile alla migliore produzione stradivariana. Al concerto di questa sera sono sicuro che ne capirete le ragioni. Molti dei grandi violoncellisti di oggi e di ieri usano e hanno usato dei Montagnana e alcuni hanno avuto la fortuna di essere proprietari contemporaneamente di uno Stradivari e di un Montagnana. Feuermann e Piatigorsky furono entrambi privilegiati in tal senso, come oggi lo sono Lynn Harell, Yo Yo Ma e Heinrich Schiff. Che tragedia che il prezzo di tutte queste grandi opere sia così lievitato!

Domenico Montagnana morì dopo un mese di malattia, il 7 Marzo 1750. Il suo negozio fu rilevato da Giorgio Serafin, nipote di Santo, che dimostrò tuttavia di non possedere l’energia di Montagnana. Inizia così un graduale declino della produzione a Venezia, probabilmente dovuta al crollo della domanda e alla concorrenza di altri centri di produzione. L’anno successivo alla morte di Montagnana, Giorgio Serafin sposò la quarta figlia di Domenico, Antonia Anna. Ogni volta che provo a delineare la figura di Montagnana, penso alla sua casa nella Parrocchia di San Bartolomeo piuttosto che al suo negozio in Calle degli Stagneri. L’ultima delle sue sei figlie nacque nel 1728; da allora la moglie Caterina mostrò i primi sintomi di una progressiva paralisi che nell’arco di vent’anni la porterà alla morte. Personalmente sono molto scosso dal pensiero di quest’uomo e da quello della propria moglie il cui corpo, come quello di Jacqueline du Pré, eminente violoncellista di questo secolo, lentamente trasferiva sul suo animo i segni della propria inutilità. Questo è l’uomo nato a Lendinara, uno dei più grandi costruttori di strumenti musicali di tutti i tempi, la cui vita e il cui lavoro oggi onoriamo.

Charles Beare



Relazione introduttiva all’esposizione di strumenti ad arco di Domenico Montagnana realizzata il 7 Settembre 1997 a Lendinara, ora nel volume: Città di Lendinara | Domenico Montagnana “Lauter in Venetia” | Catalogo dell’esposizione di Lendinara 1997 | Cremona, 1998, Carlson Cacciatori Neumann & Co (Cremona).
Si ringrazia l’ autore e l’editore per la gentile concessione.



Vedi inoltre:
Renato Meucci, Domenico Montagnana in “Dizionario Biografico” – Treccani

John Dilworth, Montagnana (Violin, 1717 – Cello, 1740) in Great Instruments,The Strad Special Edition, Second Edition, London 2016